Bocciate le università napoletane ma la Federico II piace all’estero

di Gianmaria Roberti

Apprezzata all’estero, bocciata in Italia. Napoli era la culla della più antica università statale del mondo, ora otto secoli di prestigio accademico annaspano malinconici, sul fondo delle classifiche italiane di settore. Per i cinque atenei napoletani, è ormai una gara ad accaparrarsi la maglia nera, nei rispettivi ambiti. Un rito sacrificale è l’annuale appuntamento con il Censis. Tra i mega atenei statali (con oltre 40.000 iscritti) la Federico II è ultima (media 69,7), come l’anno precedente, ma perdendo punti (era a 72.4). La Campania Vanvitelli, seconda università di Napoli, è penultima (75,5) tra i grandi atenei statali (da 20.000 a 40.000 iscritti). Era ultima (74.2) dodici mesi prima. L’Orientale (73,7), in compenso, è ultima tra i medi atenei statali (da 10.000 a 20.000 iscritti), classifica in cui la Parthenope (73,7) occupa la terz’ultima posizione. Identica collocazione nel 2018 per l’Orientale (70,8), mentre la Parthenope (72,0) era penultima. Male pure il Suor Orsola Benincasa (71,2), fanalino di coda tra i cinque medi atenei non statali (da 5.000 a 10.000 iscritti), senza sostanziali differenze con l’anno precedente (69,2). Insomma è una débâcle collettiva, con l’istituto fondato da Giuseppe De Rita . E del resto nessun ateneo napoletano rientra nella top 200 e nella top 300 del Times Higher Education World University Rankings 2020, la prestigiosa classifica del periodico britannico. Tra le migliori 200 al mondo, però, ci sono la Scuola Superiore Sant’Anna, la Normale e l’Università di Bologna. I criteri per stilare il ranking: docenza, ricerca, citazioni; reputazione internazionale, introiti nel settore. Nella top 300 troviamo l’università di Padova, Vita-Salute San Raffaele e la Sapienza Università di Roma. Ma non sempre è così. E almeno la Federico II, fondata nel 1224, gode ancora di considerazione internazionale. Quest’anno è al posto numero 424 del Qs World University Rankings, la classifica universitaria più consultata al mondo. Include 34 atenei italiani, e il voto più alto va al Politecnico di Milano (149esima in graduatoria), per il quinto anno consecutivo. Decisiva, per l’istituzione federiciana, l’ampiezza dell’offerta formativa. «L’Università degli Studi di Napoli Federico II – si legge nella valutazione del Qs World University Rankings – offre 141 corsi in 13 aree di insegnamento (Agricoltura, Architettura, Economia, Farmacia, Giurisprudenza, Ingegneria, Medicina e Chirurgia, Medicina Veterinaria, Scienze Biotecnologiche, Matematica, Fisica e Scienze Naturali, Scienze Politiche, Sociologia, Scienze umane)». Quindi «offre corsi – si evidenzia – in tutte le discipline accademiche esistenti, che portano a 155 gradi di livello universitario. Le strutture di ricerca forniscono supporto per tutti questi corsi. Gli studenti hanno la possibilità sia di perseguire lo sviluppo intellettuale sia di acquisire competenze professionali». L’esatto contrario di quanto avviene in patria. E lo scontento è fin troppo evidente, come sottolinea il sito della Federico II, parlando della classifica 2019/20 del Center for World University Ranking. Il Cwur pone l’Università di Napoli al sesto posto tra gli atenei italiani «per le ottime perfomance – afferma la Federico II – in termini di qualità della ricerca scientifica». Nella graduatoria globale è 255esima, stabile rispetto all’anno scorso. E tra gli atenei nazionali guadagna una posizione rispetto alla precedente edizione. «Il risultato, quindi, conferma l’ottima performance – sostiene il sito federiciano – degli ultimi anni dell’ateneo napoletano, nella classifica Cwur come nelle altre prestigiose classifiche internazionali. Cwue, infatti, rappresenta una delle principali agenzie di ranking internazionali di istituti universitari e basa la sua classifica su indicatori legati alla qualità della ricerca ed all’impatto delle attività di didattica. L’ottimo risultato della Federico II certifica una volta di più il valore della comunità fridericiana di docenti e ricercatori e quindi la qualità delle conoscenze trasferite ai propri studenti». Un preambolo senza false modestie, per sferrare l’attacco ai censori di casa nostra. «Questo risultato – rimarca l’antica università – si contrappone a quanto emergeva solo poche settimane dalle classifiche nazionali rilasciate dal Censis, che vedevano la Federico II posizionarsi agli ultimi posti. In quel caso gli indicatori adoperati non riuscivano a misurare in modo corretto la vera qualità espressa dall’ateneo che invece emerge, ormai da diversi anni, dai risultati del Cwur, ma anche di altre prestigiose agenzie di ranking internazionali». A questo punto, appare chiaro come i giudizi divergano per metodo di valutazione. L’analisi del Censis poggia su alcuni pilastri: servizi erogati, borse di studio e altri interventi in favore degli studenti, strutture disponibili, comunicazione e servizi digitali, livello di internazionalizzazione. L’edizione 2019-2020 valuta anche l’occupabilità dei laureati delle università statali, il grado di soddisfazione per i servizi (aule, biblioteche, postazioni informatiche). Inoltre «fornisce una mappatura degli atenei che – specifica il centro studi – dispongono della “carriera alias”, ovvero uno strumento Lgbt-friendly per agevolare le persone in transizione di genere (segnalato, nelle classifiche degli atenei, con la presenza di una bandiera arcobaleno)». È forse su questi aspetti che si registra un ritardo della Federico II, e degli altri atenei napoletani. Ma le randellate del Censis non scalfiscono la capacità attrattiva. E in materia di iscrizioni, tra le università partenopee, non mancano sorprese. La Federico II (fonte Miur) è terza in Italia per numero di immatricolati (13.589) nell’anno accademico 2018-19, dietro Roma La Sapienza e Bologna. Ma nella top 20 compare pure l’università telematica Pegaso, 16esima con 5.807 immatricolazioni. E Scienze Motorie alla Napoli Pegaso, addirittura, è il secondo corso in Italia per immatricolazioni (2.041), a sole dieci unità dal primatista Biotecnologie/Università di Ferrara.

«Quelli del Censis sono pochi indicatori e fortemente condizionati dal contesto geografico. Questo è il vero motivo per cui gli atenei del mezzogiorno sono in fondo alla classifica». Sulla controversia che affibbia la maglia nera alle università napoletane, e del sud in generale, la vede così Francesco Izzo, direttore del dipartimento di Economia della Luigi Vanvitelli (l’ex Seconda università degli studi di Napoli). «E non c’è nessun criterio – aggiunge l’economista – che valuti le cose più importanti, per chi fa l’università, che sono la qualità della ricerca e della didattica».

Professore, nel dettaglio quali sono questi criteri tanto penalizzanti?

Quelli usati dal Censis sono, tanto per ricordare: le mense, i servizi erogati agli studenti, le borse di studio, l’occupabilità a un anno dalla laurea. Tutti fattori dove un ateneo non può incidere molto.

In che senso non può?

Ad esempio, le borse di studio sono normalmente di erogazione regionale. Ci sono alcuni atenei che riescono a darle con il loro bilancio, ma se guardiamo alla percentuale di chi le acquisisce, dove sono tanti non è un’erogazione delle università, ma delle Regioni per sostenere il diritto allo studio. Oppure l’occupabilità ad un anno dalla laurea: in una città dove la disoccupazione giovanile è al 43-44%, è chiaro che c’è una difficoltà del sistema produttivo locale. Se invece andiamo a guardare l’occupabilità a 3 o a 5 anni, i nostri laureati sono allineati alle medie italiane. Vuol dire che non c’è nessuna differenza, dal punto di vista delle competenze.

In tema di residenze universitarie, quale è lo scenario?

Gran parte delle università del mezzogiorno soddisfa la domanda territoriale, questo vuol dire che da un lato non c’è bisogno di residenze universitarie, dall’altro ci sono regioni o enti per il diritto allo studio più avanti di noi. Voglio fare un esempio per chiarire. L’università di Salerno, tra quelle campane, è sempre più avanti nelle classifiche Censis, avendo fatto la scelta del campus. Il campus garantisce le residenze agli studenti, gli impianti sportivi. La Vanvitelli, invece, è policentrica, ha 5-6 sedi ed ha delle ovvie difficoltà di questo tipo.

Questo per i fattori dove gli atenei non hanno modo di intervenire. Dove invece potrebbero intervenire?

Oltre ai posti letto, su cui ci stiamo attrezzando, sicuramente c’è la questione delle mense. Non credo ci sia un deficit su servizi tradizionali come le biblioteche. L’altro fattore su cui intervenire è la comunicazione digitale, tutto quanto ha a che fare con digitalizzazione e siti web. Qualche anno fa eravamo un po’ più indietro. Ma se guardo il sito del mio ateneo o quello dell’Orientale, per fare esempi che conosco bene, sono fatti benissimo.

Ma in definitiva, una bassa valutazione per gli atenei, quanto influenza la scelta di uno studente in procinto di iscriversi all’università?

Non so dire quanto pesi, ma certamente fa parte di questa narrazione negativa che non condivido, sulle università del mezzogiorno. Ma se uno studente ha desiderio di approfondire un tema particolare e non lo trova nella sua città, e quindi va a studiare fuori, è un fattore di ricchezza. Però in Campania ciò accade molto meno che nelle altre regioni del mezzogiorno, e questo rassicura sulla qualità dell’offerta formativa e sulla capacità di competere.
Gi. Ro.

I tagli all’università, ma anche l’autonomia differenziata. Un combinato disposto incombe sull’orizzonte degli atenei napoletani, e di tutto il sud. A lanciare l’ultimo allarme è l’economista Gianfranco Viesti, autore del volume “Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale” (Laterza, 2019).

«Il declino del sistema universitario del Mezzogiorno – sostiene Viesti in alcune presentazioni – sembra inarrestabile, lo confermano i tagli progressivi del Fondo di finanziamento ordinario e il calo degli iscritti. È ovvio che pesano tanti fattori: siamo il Paese in Europa che investe meno nell’università, la continua migrazione dal Sud verso il Nord, ma anche i meccanismi di riparto del Ffo aumentano il divario tra le regioni italiane». Ordinario di Economia applicata all’Università di Bari, Viesti paventa la prossimità di un punto di non ritorno.

«L’autonomia regionale differenziata – afferma-, su cui Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia stanno pressando molto e che riguarda la gestione di alcune importanti materie come l’istruzione e la ricerca scientifica, le infrastrutture e la tutela dell’ambiente, le politiche del lavoro e la sanità, rappresenta un tema che riguarda tutti gli italiani. Una grande questione giuridica e politica che può portare ad una vera e propria “secessione dei ricchi”, spezzettando l’istruzione, creando cittadini con diritti di cittadinanza di serie A e di serie B a seconda della regione in cui vivono». Il rischio di una faglia culturale nel paese si riflettere, a cascata, sull’istituzione accademica. «Non è un caso – argomentava a Catania l’economista, nei giorni scorsi – che la Lombardia da anni voglia sganciarsi dal sistema universitario nazionale, una situazione che ci riporta a quella autonomia differenziata già applicata da dieci anni grazie a norme rimaste largamente simili, ma con criteri di riparto delle risorse economiche che sono cambiati in maniera oscura, in maniera molto discutibile e che hanno enormemente penalizzato tutto il Centro-Sud e soprattutto le Isole». Per Viesti c’è un pericolo ulteriore: la mancata comprensione del processo disgregativo in atto.

«Sono temi difficili da un punto di vista tecnico che – dice – devono essere discussi all’interno delle università, ma non riguardano soltanto gli specialisti: tutti i cittadini e quindi gli atenei devono svolgere un ruolo di “traduzione” di queste questioni a beneficio di tutti e far capire che in un Paese democratico si devono affrontare anche queste emergenze». Non ultimo, sul tavolo c’è il tema delle migrazioni universitarie dal sud al nord. Un fenomeno «quantificabile in 3 miliardi annui tra tasse universitarie, vitto e alloggio che – ammonisce Viesti – arricchiscono ulteriormente quei territori, e al tempo stesso provoca un ulteriore depauperamento del Sud in termini di sviluppo, crescita e ricchezza e anche un aumento di quella biforcazione socio-economica tra le diverse regioni».

Gi. Ro.

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