Napoli, ecco la città che rinnega lo sport

di Gianmaria Roberti

Napoli e la cronica carenza di impianti sportivi. Un vulnus da esprimere in cifre: 46 strutture in totale, 5 ogni 100mila abitanti, secondo il censimento dell’assessorato allo sport. Dati riportati dal consigliere regionale Francesco Moxedano. E una spesa pro capite di 8.74 euro,
elaborata nel 2014 dall’associazione Openpolis: tra le più basse d’Italia. Dai grandi impianti alle piccole piscine di periferia, passando per storiche arene, come il Mario Argento e lo Sferisterio. È una Spoon River dello sport, dove il passato è una dissolvenza, illuminata dal fuoco fatuo delle Universiadi.
La città delle piscine chiuse. Sono sei le piscine chiuse ad oggi. E per paradosso, fra queste c’è anche la Scandone, ristrutturata con 3,7 milioni di fondi delle Universiadi. Almeno, forse, fino ad inizio novembre. A pesare, sono gli alti canoni di fitto. Costi insostenibili, quando si
va in periferia, e aumentano le fasce disagiate. Accade alle vasche di via Monfalcone a Poggioreale, di Barra e di Scampia. La vicenda rientra nel contenzioso tra il comune di Napoli
e le società sportive morose. Un bubbone esploso l’anno scorso, preludendo alla resa dei conti, culminata in diversi sgomberi. Tuttavia, resta «il malessere delle periferie» spiega Federico Calvino, allenatore di pallanuoto. «Le universiadi sono state bellissime per l’immagine, abbiamo fatto un gran lavoro di squadra, ma – afferma il tecnico – speriamo
che non si perda quel ritmo. Per la manutenzione dovrebbero entrare in gioco le federazioni, gli enti di promozione sportiva, i capitali privati. Ma ci sono le condizioni per fare una cosa del genere in Campania?» Calvino si domanda «perché qui non si riesca dove si riesce
nelle altre regioni». La piscina di via Repubbliche Marinare attende ancora la fine dei lavori, finanziati con risorse delle Universiadi. Quella dello stadio Collana è off limits, come il resto dell’impianto, da quasi tre anni.

L’odissea del Collana. Le sue porte sono sbarrate dal 25 gennaio 2017. Per il Collana, l’antico “stadio della Liberazione”, l’ultima promessa ha un’ennesima data: pista e palestre pronte entro il 15 dicembre. Sarebbe una riapertura parziale, comunque, per il grande polifunzionale del Vomero. Ma anche questa oscilla tra cautela e scetticismo. Sono i sentimenti serpeggianti tra decine di associazioni sportive, un tempo attive nell’impianto. Sigle pronte a farsi sentire, in questi anni di vuoto, fra proteste e appelli. E adesso, attendono al varco le istituzioni. Infatti l’otto ottobre, una nota della Regione Campania segnava un’altra tappa, nell’odissea del Collana. Un annuncio di svolta, al termine della riunione con la Giano srl. La concessionaria dello stadio ha sottoscritto l’impegno a realizzare alcuni interventi, per un costo di 7 milioni di euro: Tribuna Quattro Giornate, Palestra di via Ribera, Pista di pattinaggio, Palazzetto dello sport e sistemazioni esterne. All’Agenzia Regionale Universiadi, invece, toccano lavori per 8 milioni di euro: la pista di atletica, il campo da gioco, la piscina, la tribuna (lato Acitillo), le torri faro. «Nel rispetto del cronoprogramma-
riferiva la nota-, è previsto che saranno rese fruibili le palestre di via Ribera e la zona servizi
entro il 15 dicembre 2019. Ad oggi l’Aru ha già ultimato i lavori presso il campo di calcio e la pista di atletica. Entro ottobre sarà ultimato l’impianto antincendio. La pista sarà fruibile entro il prossimo 15 dicembre ». Ma dopo anni di rinvii, e annunci disattesi, in molti aspettano di metterci i piedi sopra.
Il Palastadera dimenticato. Era il febbraio di due anni fa, quando si decretava lo stop per circa 500 atleti in erba. Praticavano ginnastica, pallavolo basket e altre discipline, al PalaStadera di Poggioreale. La motivazione: l’assenza di alcune autorizzazioni, tra le quali una
Scia antincendio. Oggi l’impianto – inaugurato 21 anni fa – è completamente abbandonato. È preda di vandali, infestato dai topi, invaso da rifiuti. Il comitato La Stadera chiede la bonifica, denunciando i disagi dei residenti, costretti a vivere con le finestre chiuse. Oltre il
danno, anche la beffa.

Il rudere del Mario Argento. Dal 1963 al 1998 è stato il tempio del basket cittadino, ora è un rudere. La storia del Mario Argento è un archetipo, per la relazione tra Napoli e gli impianti sportivi. Un cortocircuito della memoria, non solo degli spazi agonistici. Il Palazzetto
di Fuorigrotta ha ospitato anche match mondiali di boxe, in testa quelli di Patrizio Oliva. E tornei internazionali di tennis, e memorabili concerti, dai Genesis ad Antonello Venditti. Un passato raso al suolo dall’incuria e dalla burocrazia. Sono rimaste in piedi solo le due vecchie tribune, mangiate dai morsi degli agenti atmosferici. Intorno solo sterpaglia, rifiuti, rovi. E
21 anni di illusioni, lacci amministrativi e assenza di fondi. Ma nelle fine del Mario Argento, hanno un ruolo anche sprechi e passi falsi. I parametri antisismici, innalzati dopo
il terremoto nel Molise del 2002, quando la ricostruzione pareva dietro l’angolo. I lavori partiti nel 2005, ma fermati dopo la demolizione della vecchia struttura. Quella volta, c’era da ricalcolare i costi, in base alle varianti. E la spesa era ovviamente insostenibile. «Occorrono
circa venti milioni» sosteneva anni fa Pina Tommasielli, ex assessore allo sport. Come dire: una chimera, al giorno d’oggi.
C’era una volta lo Sferisterio. Distrutto da un incendio doloso, alla vigilia del Capodanno ‘87. Roba di camorra e pizzo sull’imminente veglione. Così Napoli ha perso lo Sferisterio di Fuorigrotta, opera storica, inaugurata nel 1950. Realizzato per disputare incontri nazionali
e internazionali di pelota basca, ping pong e tamburello. Discipline rubricate alla voce “sport
minori”, non prive di pubblico appassionato. Dal giorno del rogo, il rituale stillicidio di annunci, progetti di recupero e riconversioni. La realtà, viceversa, parla solo di degrado. Una discarica fuorilegge, un’altra emergenza ambientale. Talvolta, ci si rifugiano senzatetto
e animali randagi.

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