L’aria che tira e il paradosso Napoli

di Antonio Mango

Succede a Napoli, una delle piazze più calde del tifo nazionale. Succede che gli abbonamenti, travestiti da cronica delusione, non decollano. Che i biglietti, scontati come in nessuna altra città, sono acquistati con una parsimonia che rasenta l’indifferenza. Che il popolo azzurro è spaccato, anche se è difficile ammetterlo.

Eppure la squadra, dico squadra e non il mitologico 10, non è stata mai così forte. Centrali difensivi che diventano top-player, attaccanti tra i più prolifici in Europa, giovani centrocampisti che diventano insostituibili per le rispettive nazionali. Il “ciuccio” della falsa modestia avrebbe già vinto almeno un campionato se non avesse dovuto fare i conti, durante il terzo anno sarriano (quello dei novantuno punti) con lo schianto dell’Inter di fronte alla Juve di Palazzo nella giornata clou dello scudetto.

Il Napoli è forte

E’ l’unica squadra italiana, negli ultimi quattro anni, sempre presente in Champions e, negli ultimi dieci comunque in Europa. Anche stavolta, con i dispendiosi ingaggi di Manolas e Lozano, più l’innesto di giovani di qualità come Elmas e Di Lorenzo o maturi signori del gol come Llorente, non ha rinunciato a mettere benzina 100 ottani nel motore già performante della squadra. Nella formula uno del calcio il Napoli è lì, in cima alla classifica delle grandi, e non si ricorda un periodo di mediocrità, sconfitte e disastri finanziari, come nell’instabile passato della società.

Eppur si critica

L’aria che tira, però, è strana. Al momento in cui scriviamo, non sappiamo se un improvviso stato di euforia ed entusiasmo abbia preso il sopravvento sulla bonaccia che si respira intorno alla squadra o meglio intorno alla società (al netto del bravo e pluridecorato Ancelotti). Il caso, comunque, si può dire scoppiato. Perché Napoli è una piazza importante, conosciuta come dodicesimo uomo in campo, come l’ “allucco” più forte d’Europa all’apice di We are the Champions, come squadra (vincente) che ha avuto la fortuna di giocare accanto a Maradona. Strana aria, erede della diserzione di spettatori nella fase finale dello scorso campionato; seconda in classifica, eppure “protestata” sui manifesti in pubblica piazza da una minoranza di ultras quanto si vuole, ma capace di influenzare o di raccogliere gli umori della città.

Rischio d’inizio

Nel campionario di motivi che si possono addurre a spiegazione della defaillance (clamorosa per l’ambiente Napoli) gli spigolosi rapporti tra presidente e tifo organizzato in tema di prezzi e grandi acquisti, il ritardo nella consegna dello stadio, l’attesa delle prime partite per decidere se abbonarsi oppure no,  la lunghezza e il fallimento delle trattative per il top-player dei sogni mai arrivato, la “distrazione” di alcuni giocatori allettati dai mega-ingaggi delle corazzate del calcio europeo, la migrazione di Sarri e del suo gioco in Allianz Stadium, mai del tutto digerita. E, a chiusura del cerchio, un turbolento e storico tifo organizzato alla ricerca di privilegi ma scontentato da un DeLa guerriero e urticante.

Basta scegliere. C’è di tutto, a dispetto dei sediolini azzurri e del San Paolo rimesso a nuovo. Ma né i prezzi (acqua passata con la messe di sconti) né gli sgambetti del Palazzo né i “tradimenti” dei propri miti (Higuain, Sarri) possono spiegare la diffidenza e i silenzi rassegnati che hanno circondato la fine del mercato del Napoli, nonostante le new entry di qualità Lozano, Manolas, Elmas, Di Lorenzo e a fronte di Inter (40mila abbonamenti in un botto) e Fiorentina (Ribery in trionfo). Momenti topici della diserzione? Il tormentone del rientro di Cavani di qualche tempo fa e quello surreale di Icardi e consorte. Due attaccanti puri, di quelli che accendono la fantasia, perché profumano di vittoria (almeno in teoria) e perché il calcio non è fatto solo di plusvalenze e buona gestione.

Spettacolo assicurato, vittoria no

Si sta in serie A, a combattere per il vertice, se c’è una società sana. Ma, sempre facendo bene i conti, ogni tanto nella vita di un club e di una squadra ci vuole una mossa spiazzante. Il grande giocatore sulla bocca di tutti, che fa la differenza e che accende i motori della squadra e la fantasia dei tifosi. Non è la concessione alla vecchia abitudine di dare un grande nome in pasto ai tifosi e nulla più. Piuttosto un’esigenza dello sport spettacolo, che è fatto non solo razionalità e buona gestione, ma anche di emozioni e di qualche “avventura” calcolata.

Affari e passione

Pure la Juve, per guardare alla Champions, ha dovuto affidarsi al mito di Ronaldo in campo. Cifre che il Napoli non può sostenere, d’accordo. Ma allora si punti a un’alternativa meno dispendiosa e, comunque, capace di accendere la passione della città. Un modesto consiglio al capacissimo DeLa: continui ad essere un abile uomo d’affari, che è utile per il Napoli, ma faccia un po’ anche il tifoso.

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